Leader in Europa per riciclo e produttività delle risorse, l’Italia è tra i Paesi più efficienti del G20. Ma la transizione incontra ancora ostacoli
Tratto da un articolo di Sibilla di Palma pubblicato su Repubblica il 30 Giugno 2025
L’esaurimento delle risorse naturali, l’aumento dei rifiuti, l’impatto ambientale delle attività umane sono diventati fattori critici che mettono in discussione il modello di economia lineare su cui si è basata la crescita per decenni: “estrarre, produrre, usare e scartare”. Di fronte a una crisi di sistema sempre più evidente, l’economia circolare si propone come una risposta strategica: un nuovo paradigma che punta a chiudere i cicli di vita dei prodotti, prolungarne l’utilizzo e ridurre al minimo gli scarti attraverso pratiche come il riuso, il riciclo e la rigenerazione. Un approccio ormai riconosciuto a livello globale come fondamentale per contenere il fenomeno dell’overshoot – il superamento della capacità della Terra di rigenerare ciò che consumiamo.
Da questo punto di vista, l’Italia si distingue come una delle economie più sostenibili del G20 e dell’Unione europea. Con un tasso di utilizzo circolare delle risorse pari al 20,8%, guida la classifica europea, ben sopra la media Ue (11,8%) e davanti a Francia, Germania e Spagna. Secondo Confindustria, il nostro sistema industriale è tra i più efficienti nell’uso delle risorse: produttività pari a 3,6 €/kg (contro una media Ue di 2,2) e produttività energetica superiore a quella di Francia e Spagna. L’Italia è anche leader nel riciclo, con il 53,3% dei rifiuti urbani recuperati e performance elevate negli imballaggi in plastica, vetro e metalli. L’economia circolare genera il 2,7% del valore aggiunto nazionale e dà lavoro a oltre 613 mila persone.
Tuttavia, restano alcune fragilità. Il nostro Paese è in ritardo sul fronte dell’innovazione: i brevetti legati al riciclo e all’economia circolare si fermano a 0,36 per milione di abitanti, sotto i livelli di Germania, Francia e Spagna. Inoltre, secondo Erion (sistema collettivo no-profit italiano per la gestione dei rifiuti associati ai prodotti elettronici), la leadership italiana nella circolarità non si è ancora tradotta in un vantaggio competitivo strutturale: il 48% delle materie prime impiegate è ancora importato (più del doppio della media Ue) e tra il 2014 e il 2023 i volumi di materie prime seconde scambiate nell’Unione sono aumentati appena del 4,5%.
Sul fronte dei comportamenti individuali, si evidenzia una consapevolezza crescente, pur ancora tra alcune ombre. Secondo una ricerca condotta da Bva Doxa, l’86% degli italiani adotta pratiche di sostenibilità come la raccolta differenziata e il risparmio energetico, con una forte attenzione da parte dei giovani: il 92% dei 18-34enni conosce il significato della sigla Esg (criteri ambientali, sociali e di governance) e l’80% ritiene importante acquistare prodotti realizzati con metodi sostenibili. Tuttavia, si stenta ancora a passare dalle intenzioni ai fatti. Secondo il Rapporto sull’economia circolare in Italia 2025, realizzato dal Circular Economy Network, il 54% dei cittadini intervistati dichiara di acquistare prodotti sostenibili solo se non costano di più degli altri.
Soltanto il 23% è disposto a pagare un prezzo maggiore per prodotti sostenibili, mentre il 16% li acquista solo se sono disponibili. Inoltre, secondo un’indagine realizzata da SodaStream su oltre 2 mila cittadini italiani, i comportamenti concreti variano fortemente sul territorio: in Veneto il 99% delle famiglie separa i rifiuti con costanza e oltre il 40% acquista prodotti a basso impatto ambientale; seguono Toscana e Piemonte. In altre regioni, invece, la consapevolezza dichiarata non si traduce ancora in scelte sistematiche. Ma cosa significa davvero economia circolare? Non si tratta solo di “riciclare di più”, ma di ripensare alla radice i modelli produttivi e di consumo. In un sistema circolare, il valore dei materiali e dei prodotti viene mantenuto il più a lungo possibile, attraverso strategie come il riutilizzo, la rigenerazione, la condivisione e la riparazione. È una trasformazione che richiede cambiamenti profondi: industriali, normativi e culturali.
Uno degli strumenti chiave è l’eco-progettazione: progettare un prodotto pensando fin dall’inizio all’intero ciclo di vita – dalla scelta dei materiali alla facilità di disassemblaggio – consente di ridurre gli sprechi, aumentare la durabilità e agevolare il riciclo. L’Unione europea ha già intrapreso questa strada con normative sempre più ambiziose, come il Regolamento Ecodesign for Sustainable Products e il Green Deal, che impongono requisiti di tracciabilità, trasparenza e misurabilità dell’impatto ambientale dei prodotti.
Anche il mondo produttivo si sta muovendo. Le imprese italiane sono sempre più coinvolte nella transizione: secondo Confindustria, oltre il 70% delle aziende considera la sostenibilità una leva competitiva e il 62% ha già avviato progetti strutturati. Un ruolo centrale lo gioca la Corporate Sustainability Reporting Directive (Csrd), che impone la pubblicazione di bilanci di sostenibilità secondo standard comuni europei. In particolare, nei settori più energivori o ad alto impatto ambientale, molte imprese stanno riconfigurando i propri modelli produttivi lungo logiche circolari: dall’eco-design alla rigenerazione, fino allo sviluppo di piattaforme digitali per tracciare l’intero ciclo di vita dei materiali, anche in ottica Esg.







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